l'analfabeta

A bird doesn't sing because it has an answer. Il sings because it has a song

Storie minime- Maria Pina Ciancio

.

Mi abitano   i paesi spopolati     e     il vento

la luce che scorre in un istante

e frana nella crepa dei calanchi        nella carne.

E’ di Storie Minime, di Maria Pina Ciancio, per Fara Editore, che sto iniziando a percorrere i segni, legni pregni d’acqua, di neve filata dal cielo per lunghi periodi, lunghi quanto stagioni di migranza, senza fine, senza fine, “n’eva-rio” in cui tutto si addensa per poi s-correre altrove.

E ci sono battenti, porte,  cas(s)e,  armoniche di finestre e spioncini, stanze e distanze popolate, spesse di spiriti, a(v) volte di fantasmi d’ uomini e donne, di poeti e gente comune. C’è sempre, spesso, e spesso-re  il vento. Ti s’infila nella carne.  Corre su asfalti che, per le abbondanti nevicate e le picchiate lancinanti del sole, senti s-greto-lati, frantumati i greti di fiumi in p(i)ena, per le tante anime che vi transitano o sono transitate, lasciando la loro impronta, orma che si stacca, una suola da calzare, sul bi-tu-me che la incolla, a(t)terra, dentro una scarpa(ta) in salita, in cui attraversare   e c c e d e n t i   nevicate.

Morde, quella neve, ti gela le vene.  Nevicano  queste pagine, una neve a volte lieve e soffice, altre  più pesante come acqua caduta da volte di grotta, appena ghiacciata, da cui resti ferita dai fen-denti della memoria, vento caldo fiorito di cristalli dalla luminosità minima, ma precisa, schegge aguzze, acutissime e lisce, in quel gelo delle bolge infernali, in-ver-nate parole crude.

Ho parole calde e levigate

come strade d’asfalto stanotte

e un rivolo di sangue rappreso

in un vaso di paglia e terracotta

in cui custodire

semi di speranza e di certezze

per non morire ancora

senza corpo.

E poco prima aveva detto, quasi sospirando:

Hanno memorie le strade/ di Santi e mendicanti/ tracce di perdite e di incontri…

Ancora un’altra orma e vedi:

Sono carte geografiche/le piante dei miei piedi/ramificazioni di strade/che vanno e vengono/conoscono il tempo del ritorno/e il luogo generoso della sosta.

Anche se capita che:

Talvolta mi rimane indietro la strada/…/Prendo fiato e torno con il piede/

nella neve (che s’allarga)

Tracce, sempre tracce, dovunque corsi di accademie non considerate e corsive segnature di università oltre il tempo:

Non ci sono statue nelle piazze di paese

ma solo una lotta di cani

(e angeli)

sull’asfalto gelato che si spella.

E in “frammento d’Inverno” la parola rovescia tutto il suo corpo, suono e taglio e sangue,  morte che non si evita, è vita e si resta schizzati, s-porc(h)i, dentro  quel macello dichiarato: rosso sul candido, bianco corpo della neve che  dif-fonde la vena del sacro nel sacro,ventre e gola di un silenzio ancora una volta gravido, che es-pone il suo mostro.

Al mio paese d’inverno

la neve non era bianca

ma rossa di sangue di porco

Non c’è pagina dove la lotta non sia  lotta per la vita, ed è comandamento, cui rispondere coi gesti, non con il fatuo sole di parole soffuse. Qui la parola spacca il ciocco delle ossa, un bosco curvo sotto il carico del freddo, freddo che pesa la vita. E  manca il fiato, il petto resta schiacciato, sotto questi legni da bruciare, densi anch’essi di vene e neve:

– Non basta indossare il vestito buono della festa per togliersi di dosso

i silenzi ininterrotti delle case o quelli dei volti incontrati ogni giorno

per strada mutevoli solo al gioco verticale delle luci o alle ombre dei panni

stesi per strada che profumano di vita insieme al pane.-

Pane e Pan, un panismo con cui mantenersi in vita, in un mondo orfico, sedi notturne e ghiacchiate, che del li-qui-do mare non sentono il richiamo. Da lassù, c’è il costato che sanguina, il cristo si fa minimo ogni giorno e di più, sempre di più, scompare, migra intridendo il cartone dentro le valige, spesse quanto la fede, antica, arcaica, arca in cui imbarcarci per sentieri oltre il nostro in-maturo con-fine, un mare al di là di quello solido dei monti.

E andando ancora per strada, allon-tanandomi da me  in me stessa, ascolto le ultime voci che si liquefano, s f r a n g i a n o   l ‘aria, teli di nuvola strappati tra i rami degli ultimi alberi,  portati via come gli uomini, cresciuti su quelle zolle “tirate” con gli attrezzi della fatica, grande come le querce e come loro antica, lasciate a guardia del paese

qui non importa a nessuno chi sei

importa soltanto con chi stai

Per ogni parola contro

ti lanciano un sasso

e poi ti schiacciano all’angolo

E’ così che resti solo con te stesso

Per noi che restiamo

la vita è una guerra senza guerra

senza elementi, né bombe

solo parola ubriache e smarrite tra le assenze

e l’erba già alta in mezzo al grano

della Pasqua.

Pasqua, dunque un germe di rinascita, un grano duro, dentro il seme della morte che, interrato, attraverso lei, ventre e calore del sangue in terra,  in assoluto solare silenzio, nella disgregazione rivive e matura, es-tendendosi, da quell’adea questi inverniin cui

la protesta ha bisogno di una passione e una stella danzante dentro gli occhi.

© Zaelia Bishop

Una natività, nata dal buio di una cattività a cielo aperto, in cui si sta, tutti, come foglie.

Ma ci sono fiori tra le trincee di quella pelle d’animale, rosso  sangue che schizza altre, storie nate da quelle che si lasciano sul foglio, spesso per paura o per pudore. Qui il pudore è onestà di parola che non è foglio, ma mano, lavoro, cose nate dalla quotidiana necessità.

E insieme agli uomini e alle donne ci sono gli animali, cani che se ne vanno per i viottoli o le vie semideserte, lasciando una scrittura di segni, orinando qua e là segnando porzioni di  segnali a cui quel giallo  accosta il bruciato o la senape più densa di un viaggio di  sola andata/ una via di fuga forse/una morsa sfilacciata dalla resa. E anche le capre,  animali domestici che però troviamo fuori, anch’esse soggette al vento, una tenace  scrittura d’osso, il corno che c h i a m a  permanente, innestato alla mente che vacilla, in quei pesaggi come scrittoi di un dio analfabeta che riesce a toccare il fulcro, i punti sacri e genera, vita e dolore, morte, abbandono spazzando tutto con il suo gesto inafferrabile.

Le partenze e i non ritorni sono cicatrici lunghe e oscure da curare.

Restano piazze spopolate, vi(n)coli che sanno ancora di neve, e sembrano le vene di un corpo unico, composto da quel pugno di vite chiuse intorno al vento. Si sente, il freddo qui, ti prende  le ossa, senti quello scricchiolio che, ad un certo punto segnala quel non ritorno alla fioritura, la vita non può più essere (f)estiva, nemmeno l’amore riesce a miracolare un florilegio.

Non ti era bastato il mio amore

e neppure il mio pianto

Hai voluto fuggire prima del giorno

perché non vedessi

nel fondo degli occhi l’odore del viaggio

Ed eri un uomo d’onore

devoto a una donna e a una terra.

Non restano che le valige, l’emigrazione da una terra che non ti vuole, ad una

che non sa il tuo nome, che non sa nulla di te e

Si arriva a un punto in cui non sappiamo più

dove orientare la voce

dove sederci ad attendere il silenzio

il passaggio della luce

E tutto stride, nella memoria che vorrebbe cancellare, o chiudere i cancelli del dolore, delle perdite, degli amici mai più rivisti, mai più abbracciati se non dentro, in quel vento che tutto rende minimo e ti scortica, ti ustiona, come gli orticai dell’abbandono, dove corre l’acqua di tante lavature, di panni, di piatti,  giorni  abitati tutti, in una vita     i n te(r)r a.

30 giugno 2009- fernanda ferraresso

STORIE MINIME e una poesia per Rocco Scotellaro- Maria Pina Ciancio, Fara editore 2009

Un commento su “Storie minime- Maria Pina Ciancio

  1. Pingback: Assolo per mia madre di Maria Pina Ciancio- Note di lettura Fernanda Ferraresso | CARTESENSIBILI

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Questa voce è stata pubblicata il 30 giugno 2009 da in fernanda ferraresso, poesia con tag , , .
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